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Il lato oscuro del boom tedesco, un esercito di working poor in un libro inchiesta

 Angela Merkel guida la Germania da 3.061 giorni consecutivi. Si tratta del terzo posto di sempre che la Cancelliera ha appena conquistato superando Helmut Schmidt (3.060 giorni).Restano molto distanti Helmut Kohl (con 5.869 giorni) e Konrad Adenauer (5.143 giorni), entrambi cristiano-democratici come Merkel. La cancelliera tedesca ha assunto le redini del suo primo esecutivo il 22 novembre 2005 ed è stata riconfermata poi per altri due mandati consecutivi, nel 2009 e nel 2013.

Buona parte del successo economico della Germania degli ultimi anni è legato all’esplosione delle esportazioni, e oggi viaggia con un surplus delle partite correnti stabilmente sopra il 6%, talmente elevato che ha superato la Cina e ha perfino superato i parametri europei della procedura sugli squilibri. Un modello che – secondo gli addetti ai lavori – trova energia dal modello del lavoro tedesco, riformata dalla cosiddetta Agenda 2010 avviata dall’allora cancelliere dell’Spd, Gerhard Schroeder.

Un modello – al quale in parte si ispira il premier italiano Matteo Renzi – che però non trova tutti d’accordo. Non trova d’accordo in particolare Patricia Szarvas, giornalista economico finanziaria, che ha da poco pubblicato un libro (edito da Ube) “Poveri tedeschi. Il lato oscuro del benessere” (156 pagine, 15 euro cartaceo, 8,99 e-book). Un libro che getta ombre su questo modello e sulla sua sostenibilità nel lungo periodo.

”Nel marzo 2013 – spiega l’autrice, che ha lavorato per molti anni per la Cnbs di Londra, prima di trasferirsi in Germania, dove ha collaborato con il canale televisivo tedesco N24 e con Rai3 – incappai in un report di Bloomberg.com dal titolo ‘Working poor: il dilemma della Merkel nell’anno delle elezioni, mentre il divario economico aumenta’. Turbata, mi chiesi perche’ mai Bloomberg sentisse il bisogno di scrivere un articolo su quanti, pur avendo un’occupazione, venivano definiti working poor”, riporta l’agenzia Adnkronos.

Il libro è un viaggio-inchiesta che indaga in profondità, dall’interno, il boom germanico, sistematizzando dati e posizioni che si ritrovano spesso in ordine sparso o sono accessibili solo agli addetti ai lavori. Approfondendo la crescente disuguaglianza sociale in Germania ”scoprii – continua Szarvas – che oggi la Germania conta almeno 900 centri di distribuzione viveri, rispetto ai 35 del 1995, e che il numero di tedeschi che hanno bisogno di un pasto caldo al giorno è raddoppiato in cinque anni, arrivando a 1,5 milioni”.

Secondo il presidente dell’Istituto di ricerca Ifo di Monaco, Hans-Werner Sinn, che ha firmato la prefazione, la causa è da ritrovare ”nelle dolorose riforme sociali introdotte dall’Agenda 2010 durante il governo Schroder”. Obiettivo dell’Agenda 2010 era la lenta sostituzione dei sussidi di disoccupazione e il passaggio della disoccupazione di lunga durata all’assistenza sociale, nonché un integrazione salariale per chi percepite un salario basso”. In sintesi, meno soldi per chi sta a casa, più soldi per chi lavora, riporta ancora l’Adnkronos.

“In effetti con queste riforme il Pil della Germania è aumentato ed è aumentato lo stipendio medio”, afferma Szarvas, ma attraverso interviste a politici, economisti, operatori sociali, Ceo, beneficiari di sussidi pubblici, lavoratori, l’autrice conclude che ”uno dei principali impatti dell’Agenda 2010 è stato l’ampliamento senza precedenti del settore occupazionale a bassa retribuzione e di conseguenza l’incremento dei working poor”.

Storie attraverso le quali l’autrice mostra cosa si cela dietro l’Agenda 2010, le riforme Hartz e i dati statistici ufficiali, mostrando quanto sia controversa. E come l’approccio di Schroder, ‘Fordernn und fordern’, ovvero ‘Sostenere ed esigere’, abbia fatto scivolare milioni di persone ai margini della società. Szarvas ha avuto l’opportunità di intervistare lo stesso Schroder che ”ammette per primo di avere le idee chiare su quali siano gli aspetti delle sue riforme che hanno bisogno di essere rivisti, perché, in alternativa, non è difficile ipotizzare che cosa accadrà alla competitività e alla stabilità della Germania nel lungo periodo”.

In questo quadro, la cancelliera Angela Merkel fino a poco prima delle elezioni 2013 elogiava i risultati delle riforme di Schroder e chiedeva agli altri Paesi di prenderne nota. ”Ma – dice Szarvas – gli effetti collaterali e la parte oscura non vanno ignorati. Se non vi si pone mano, è difficile che la stessa Germania possa mantenere a lungo la sua posizione di locomotiva europea. Riforme che danno vita a condizioni precarie non possono essere un valido cammino. Anzi, sono una bomba a orologeria”.
Trovare il giusto equilibrio a questo punto è la grande sfida del momento per la Cancelliera che ha già iniziato ad affrontare le questioni chiave: il salario minimo, l’abbassamento dell’eta’ della pensione da 67 a 63 anni per chi ha versato almeno 45 anni di contributi, migliori pensioni, lavoro temporaneo e immigrazione. Inoltre, entro il 2016 almeno il 30% dei consiglieri indipendenti delle aziende quotate in borsa dovrà essere donna e il 3% del Pil sara’ destinato alla ricerca. Secondo molti, pero’, l’obiettivo principale deve essere quello di far rientrare nel mondo del lavoro i 2,9 milioni di disoccupati.

E’ difficile dire se la strada tedesca sia quella giusta. Ogni paese ha strutture e politiche proprie, ma i paesi europei possono apprendere una cosa fondamentale dall’esempio della Germania: le riforme strutturali sono fattibili e ripagano. ”Tuttavia – conclude l’autrice – i lati oscuri dell’Agenda devono fungere da guida per evitare di compiere gli stessi errori. La ricerca dell’equilibrio e della pace sociale è la principale sfida che tutta l’Europa si trova ad affrontare”.