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Draghi lancia il “Qe” o fa “mea culpa”?

Sembrava un discorso come gli altri al primo giovedì del mese, quello di Mario Draghi in sella alla Bce. Con loop a cui siamo abituati da tempo, del tipo: “Crescita moderata, ma con rischi al ribasso” oppure “monitoreremo costantemente la situazione”, oppure “non abbiamo ancora esaurito le armi convenzionali”.

Nulla di nuovo insomma a parte la giustificazione della bassa inflazione a marzo nell’Eurozona (0,5%) complice la “Pasqua alta del 2014” (arriva a fine aprile). Una frase su cui forse è meglio soprassedere.

Inizialmente è passato indenne anche il “abbiamo discusso di quantitative easing” perché sul piano del discutere, si può discutere davvero di tutto e niente. Tutto e niente. Così pareva il discorso di Draghi. Fino a che, sollecitato dalle domande della stampa, ha approfondito il tema del quantitative easing: “Siamo pronti se dovesse servire alle banche”.

Senza discutere l’aspetto cinico dell’affermazione (se serve alla gente no?) è possibile dire che questa frase abbia messo in moto gli algoritmi semantici che governano buona parte della finanza ad altissima frequenza. Dopo quelle parole il movimento sull’euro è stato forte, è passato da 1,377 a 1,371 contro il dollaro. Ancor più forte quello di Piazza Affari con il Ftse Mib sovraesposto in titoli bancari. Il rialzo di questi ha trascinato l’indice di Milano che ha sovraperformato più delle altre Borse europee.

In sostanza, dopo un giro di parole iniziale, Draghi ha aperto ulteriormente all’ipotesi che anche la Bce – dopo la Fed, la Bank of England e la BoJ – si produca in un allentamento monetario in stile quantitative easing, ovvero compri titoli di Stato o bond di altro tipo per iniettare liquidità nel sistema.

Questa ipotesi apre indubbiamente un ulteriore scenario rialzista per le Borse, e in particolare per il settore bancario europeo, e per il dollaro nei confronti dell’euro (tanto più che negli Stati Uniti il trend è quello di ridurre gli stimoli attraverso il tapering e questo di per sé già dà forza relativa al biglietto verde).

L’efficacia di un “qe” europeo sarebbe certamente più alta di altri Ltro o di un taglio dei tassi, come spiegato qui.

Però nel discorso di Draghi ci sono dei nei, che non possono cadere in sordina.

Il primo riguarda la deflazione. Draghi ha detto che non vede rischi futuri di deflazione ed è questo il motivo per cui oggi, così come nelle ultime sedute del direttivo, la Bce ha lasciato lo status quo delle cose (consapevole però che così facendo favorisce l’acuirsi del processo di deflazione in atto nel Sud Europa). Perché Draghi non vede rischi di deflazione? Perché la Bce agisce sulle stime a cinque anni sull’inflazione che, al momento, proiettano l’inflazione all’1,8% nel 2018-2019.

Quindi se le stime dicono questo, perché scomodarsi a scacciare dalla deflazione i cinque Paesi dell’area euro che già vi sono (Grecia, Portogallo, Spagna, Cipro e Slovacchia) o quelli come l’Italia che con lo 0,4% di marzo sono in evidente stato di disinflazione? Senza dimenticare che le stime, nella maggior parte dei casi sono ottimistiche, come documentato qui e quindi potrebbero sbagliarsi.

E poi come si giustifica un atteggiamento guardingo di fronte a parole che lo stesso Draghi ha pronunciato “La mia grande paura per l’economia dell’Eurozona è una protratto periodo di stagnazione più lungo di quello che prevediamo nel nostro scenario di base e di una disoccupazione strutturale”.

Qui si sdoganano i concetti di “lunga stagnazione” e “disoccupazione strutturale” come se si trattasse di “pasta e ceci”. Si tratta di concetti dal retroscena gravissimo (l’elevata disoccupazione sociale dopo una guerra credo che sia la più grande piaga che possa sperimentare una società). E che, indirettamente, implicano una sorta di inadempienza per pubblica ammissione della Bce e delle istituzioni europee.

Se è vero che si muovono per stime a cinque anni, cosa è stato fatto cinque anni fa per evitare questo?