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L’aggiustamento coatto del Sud Europa era scritto. Bond ai minimi e Germania buonista no

Mentre i politici battibeccano su legge elettorale e sulla staffetta Letta-Renzi dobbiamo tristemente annoverare che le questioni di palazzo sembrano ora e più che mai anacronistiche. Perché l'Italia ha una manciata di problemi da risolvere quanto prima per non avvitare ulteriormente l'andamento economico e la fragile situazione della domanda interna.

In sintesi, le cose stanno così. In questo momento è in atto un processo di DEFLAZIONE nei Paesi più in difficoltà dell'area euro. Per la prima volta da quando esiste la moneta unica questi Paesi (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo ecc.) stanno registrando tassi di inflazione più bassi rispetto a quello della Germania, economia trainante.

L'Italia viaggia allo 0,7%, la Grecia è in deflazione da un anno consecutivo e il Portogallo da tre mesi. La Spagna è vicinissima (inflazione media 0,2%). Mentre la Germania vede crescere i prezzi dell'1,1%. Questo significa che in questo momento – guardando quello che ci insegna la dinamica del tasso di cambio reale (ovvero il confronto tra le inflazioni di Paesi che utiilzzano il cambio rigido) – i "vecchi" Piigs (o Gipsi come ormai li chiamano negli Stati Uniti) stanno effettuando una piccola svalutazione competitiva nei confronti della Germania (svaluta chi genera meno inflazione). Ovviamente si tratta di briciole rispetto alla "svalutazione competitiva intraeuro" effettuata dalla Germania nei primi 13 anni di Eurozona, quando l'Italia ha prodotto un'inflazione più alta del 25% rispetto a Berlino, la Spagna del 40%, la Grecia (pur entrata un po' più tardi degli altri) del 43% e così via.

Adesso il flusso si è invertito, seppur siano briciole. Ma quello che sta accadendo è normalissimo, e fila a pennello con le teorie macroeconomiche. Molto semplicemente, i Paesi del Sud Europa sono costretti da shoc economici in atto a svalutare i salari e a rendersi più competitivi, in una logica economica decisamente bilanciata su un assetto mercantile. Chi più velocemente (Spagna e Irlanda), chi più lentamente (l'Italia e la Francia) lo stanno facendo.

Il processo di deflazione/disinflazione in atto nei Paesi del Sud Europa non è altro che un fisiologico processo di AGGIUSTAMENTO fra economie diverse che condividono però il cambio. Quindi, chi dice che il Nord Europa sta deflazionando il Sud Europa non sbaglia. In sostanza il Sud Europa è costretto adesso dalla logica del cambio rigido a fare quelle riforme (svalutare i salari in particolare) che altri Paesi (Germania in primis) hanno fatto prima. E' questo era stato previsto da Monti e compagnia bella quando avevano detto in tempi non sospetti che l'euro causerà shock che costringeranno i Paesi a fare determinate riforme ("abbiamo bisogno delle crisi per fare passi avanti") . Non sta accadendo però quello che altri avevano pronosticato, ovvero che i Paesi della stessa area valutaria avrebbero potuto respingere meglio shock economici esterni grazie alla potenza di fuoco del mercato unico.

In questo momento, mentre i Paesi del Sud deflazionano le economie per recuperare leggermente competitività (in un percorso che non sta però tutelando la domanda interna) la finanza sta dando una mano. I BTp sono ai minimi dal 2006, i BoT e CcTeu ai minimi di sempre. A ottobre il rendimento dei titoli portoghesi era superiore all'8% mentre adesso viaggia poco sotto il 5%. I Bonos spagnoli a 10 anni pagano il 3,5%, quelli irlandesi il 3,3%. Insomma tutti stanno comprando i titoli dell'Eurozona, della serie dei Piigs non si butta via niente.

E' un'ottima notizia per far respirare (soprattutto in prospettiva perché i nuovi tassi si pagano solo sulle nuove emissioni e non sullo stock di debito) le casse statali e mettere i Paesi in posizioni più favorevoli per il rilancio economico. Ma non mancano le contraddizioni di fondo in questa fase.

– a dicembre la produzione industriale italiana è diminuita dello 0,9%, lungi quindi da fotografare un quadro entusiasmante di ripresa;

– Paesi come Olanda e Irlanda viaggiano con debiti privati in rapporto al Pil stratosferici (300% e 200%). Considerando che tutta questa crisi – come ammesso dal vicepresidente della Bce, Vítor Constâncio, è stata causata da una bolla di debito privato nell'Eurozona, non è per nulla beneaugurante;

– lo stesso Draghi non ha modificato recentemente il suo copione ("la ripresa arriverà ma sarà fragile")

– dal 2016 l'Italia (ma non solo) dovrà iniziare a ridurre il debito/Pil di un ventesimo l'anno secondo quanto previsto dal Fiscal compact. Da dove prenderà gli almeno 50 miliardi annui necessari per farvi fronte? Se l'Italia salta il trenino della mini-ripresa di cui si parla rischia di entrare in una pericolosa spirale quando dal 2016 entrerà in scena l'austerità programmata, dopo quella a sopresa nel 2011-2012

In sostanza, se quello che sta accadendo (AGGIUSTAMENTO ECONOMICO COATTO IN UN SISTEMA A CAMBIO RIGIDO A SPESE DELLA DOMANDA INTERNA NECESSARIO PER RENDERE PIU' COMPETITIVA L'ECONOMIA DEL SUD EUROPA DATO CHE NON E' POSSIBILE SVALUTARE LA MONETA) è scritto nei libri di macroeconomia, vari segnali d'allarme provenienti da più Paesi ci dicono che la mini-ripresa in atto assomiglia al momento più a una ripresa ad ostacoli che a luce splendende in fondo al tunnel.

Nonostante questo, i rendimenti dei titoli di Stato, quando MANCANO TRE MESI ALLE ELEZIONI EUROPEE, ci dicono che l'Europa va a gonfie vele. In questo contorno, perfino la Germania – che negli ultimi anni ha posto veti quasi su tutto – ha fatto una piccola concessione rimandando al Consiglio di giustizia europeo la decisione sullo scudo anti-spread. Titoli di Stato improvvisamente attraenti e Germania inaspettamente più accondiscendente suonano come due indizi che fanno una prova. Quella che dietro questa distensione di fondo delle tensioni i conti non tornano.