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Con questo Pil non si va da nessuna parte

Il Pil è in grado di misurare la felicità umana?

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“Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni terreni. Il nostro Pil ha superato 800 miliardi di dollari l'anno, ma quel Pil – se giudichiamo gli Usa in base ad esso – quel Pil comprende l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine. Comprende serrature speciali per le nostre porte e prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali nella espansione urbanistica incontrollata. Comprende il napalm e le testate nucleari e le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Eppure il Pil non tiene conto della salute dei nostri ragazzi, la qualità della loro educazione e l'allegria dei loro giochi. Non include la bellezza delle nostre poesie e la solidità dei nostri matrimoni, l'acume dei nostri dibattiti politici o l'integrità dei nostri funzionari pubblici. Non misura né il nostro ingegno né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione per la nostra nazione. Misura tutto, in poche parole, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta. Ci dice tutto sull'America, eccetto il motivo per cui siamo orgogliosi di essere americani”. 

Provate a indovinare chi ha pronunciato questo discorso? Uno, due, tre. Robert Kennedy, ex-senatore Usa ed ex candidato alla presidenza degli Stati Uniti, fratello di John Fitzgerald Kennedy (35esimo presidente degli Usa). Il discorso è stato tenuto il 18 marzo del 1968 in una università, tre mesi prima di cadere vittima di un attentato a Los Angeles, all’indomani della sua vittoria nelle elezioni primarie di Dakoka del Sud e California.

 I trattati europei dovrebbero fare mente locale e non concentrarsi unicamente sul Prodotto intorno lordo che, alzi la mano chi non lo pensa, “misura tutto tranne tutto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Vediamo quali potrebbero essere dei parametri da affiancare al Pil, perché ve ne sono.

Nella primavera del 2013 l’Istat ha lanciato il Bes, l’indice che misure il “Benessere equo e sostenibile”. Oltre al benessere economico (Pil) tiene conto di altri parametri: salute, istruzione e formazione, rapporto tra lavoro e tempo libero, relazioni sociali, benessere oggettivo, ricerca e innovazione, relazioni sociali e benessere soggettivo. E’ un primo passo dell’Italia da acquisire anche in Europa. Il Bes è solo l’ultimo di una serie di indicatori che alzano l’orizzonte e non guardano solo al valore del denaro per misurare la forza di un Paese.

Tra questi uno dei più noti è il Fil (Felicità interna lorda). In inglese l’acronimo è Gnh, ovvero Grosso national happiness. Tiene conto anche di qualità dell’aria, della salute dei cittadini, oltre a rapporti sociali e istruzioni. Ci sono alcuni Paesi che utilizzano il Fil prima del Pil. Tra questi è noto l’esempio del Buthan, un piccolo Stato ai piedi dell’Himalaya dove l’articolo 1 della Costituzione recita: “Tutti i cittadini hanno diritto a essere felici”.

Non va trascurato il fattore inquinamento. Se ne occupa il Gpi (Genuine progress indicator) conosciuto in Italia come indicatore del progresso autentico. Misura la differenza tra spese positive (quelle che fanno crescere il benessere economico) e quelle negative (fra cui inquinamento, incidenti stradali). I costi negativi (che fanno incrementare il Pil perché con più inquinamento aumentano paradossalmente le entrate sanitarie) sono il punto di novità di questo indicatore. Non va dimenticato che dal 1993 l’Onu (Organizzazione delle nazioni unite) ha lanciato l’Hdi, l’Human development index (indice di sviluppo umano). Ci ha lavorato l’economista pakistano Mahbub ul Haq. I tre fattori chiave sono: reddito pro-capite lordo, aspettativa di vita e grado di accesso alla conoscenza. Gli Stati Uniti. Nel 2004 il premier cinese Wen Jabao annunciò che il Pil verde avrebbe potuto sostituire il Pil. Un parametro che tiene conto anche del rischio di perdita di biodiversità e delle emissioni di anidride carbonica. Non pare proprio che la Cina stia andando in questa direzione ma il Pil verde resta un parametro da considerare, anche in sede europea. In questa mini carrelata c’è anche l’Isew, l’Index of sustainable economic welfare, partorito da un’idea degli economisti William Nordhous e James Tobin, lo stesso della “Tobin Tax”. Valorizza il tempo libero e non tiene conto dei costi del degrado ambientale e del deprezzamento del capitale naturale.

E poi c’è l’indicatore dell’impronta ecologica che misura il consumo umano di risorse in relazione alla capacità della Terra di rigenerarle. Indica che l’umanità sta consumando più risorse naturali a un ritmo più velcoe di quanto la Terra sia in grado di riprodurle (si veda il caso dei combustili fossili (petrolio) che in appena 100 anni sono stati per gran parte già consumati dato che molti Paesi estrattori hanno già raggiunto il picco). Secondo i calcoli la Terra ha bisogno di un anno e mezzo per ricreare quello che l’uomo consuma in un anno. Di questo passo, nel 2030, per sfamare le attuali richieste di energia ci vorrànno due pianeti.

 Ecco perché, se ci fermiano al Pil, non è che poi andiamo così lontano.